martedì 17 aprile 2007
Un migliaio all’assemblea di Sinistra Critica a Roma per siglare un “patto dell’opposizione sociale”. Al primo posto il no alla guerra, il No a Bush a Roma, la partecipazione al Gay Pride e il sostegno alle lotte contro la devastazione ambientale. E di fronte alla riorganizzazione della sinistra, tra un partito democratico alla Montezemolo e un partito della Sinistra alla Mitterand "è tempo di lavorare per un nuovo soggetto politico". L’assemblea ha chiesto a Franco Turigliatto di ritirare le dimissioni da senatore.
«Se il futuro della sinistra è un Partito democratico a cui si iscrive Montezemolo e una rifondazione socialista all’insegna di Mitterdand noi pensiamo decisamente che serve un nuovo soggetto politico». E’ quanto hanno detto Salvatore Cannavò e Franco Turigliatto, deputato Prc ed senatore di quel partito entrambi esponenti di Sinistra Critica, aprendo e chiudendo l’assemblea promossa dalla loro associazione.
Davanti a un migliaio di militanti i due parlamentari della sinistra hanno messo l’accento sull’inadeguatezza dell’attuale ristrutturazione in atto a sinistra a dar voce alle istanze che giungono dai movimenti. «Anzi, sempre più le forze della sinistra radicale sono da ostacolo ai movimenti, aggiunge Turigliatto, come dimostra tutta l’attività dell’ultimo anno: avete visto voi la sinistra radicale mobilitarsi per sostenere una “exit strategy” dall’Afghanistan?»
L’assemblea è stata anche l’occasione per proporre alle tante forze sociali, sindacali e politiche invitate l’idea di un “patto” di movimento per unire e coordinare lotte sociali, vertenze territoriali, grandi mobilitazioni. «Potremmo ad esempio organizzare una degna accoglienza a Bush - ha proposto in apertura dei lavori Cannavò, riferendosi alla visita del presidente Usa in Italia prevista per i primi di giugno - proposta accolta da numerosi interventi. All’assemblea, infatti, hanno preso parte Giorgio Cremaschi, della Fiom, Luca Casarini, Piero Bernocchi, esponenti dei comitati No Tav e No Dal Molin, ma anche studenti universitari , le femministe di Facciamo Breccia, l’eurodeputato Giulietto Chiesa, sindacalisti del Sdl e dell’Usi, il giornalista del manifesto Tommaso Di Francesco e altri ancora.
Ad aprire i lavori, a nome dell’associazione Emergency è stato Vauro che ha chiesto sostenuto dagli applausi scroscianti della sala, l’impegno del governo per la liberazione di Rahmatullah Hanefi e ha annunciato una prima mobilitazione di Emergency venerdi prossimo a Roma, in piazza Farnese. La presenza di Emergency è stata fortemente voluta dagli organizzatori per mettere a disposizione dell’associazione di Gino Strada una prima, tangibile solidarietà concreta. Vauro ha spiegato cos’è l’orrore della guerra, la vocazione umanitaria di Emergency, la sua risolutezza nel salvare vite umane, che ha spinto l’associazione di Gino Strada a mettersi a disposizione per liberare Mastrogiacomo e i suoi collaboratori, così come il suo rifiuto “senza se e senza ma” della guerra. «Mi riconosco pienamente nel titolo di questa assemblea “Incompatibili con la guerra” perché è quello che Gino Strada ed Emergency hanno rappresentato finora».
Nel chiudere l’assemblea Turigliatto ha ribadito la necessità di opporsi al governo Prodi e alle sue politiche di continuità con gli attacchi al mondo del lavoro e di continuità con la guerra. «Vogliamo affermare che le nostre vite, le vite di milioni di persone vengono prima dei profitti e dei bisogni delle imprese, per questo non possiamo che essere anticapitalisti». Insomma, l’assemblea di ieri di Sinistra Critica è stata la prima iniziativa pubblica di un’area-associazione che ha deciso di non replicare i riti della sinistra, proclamando la scissione dal Prc e autoproclamandosi piccolo partito. «Il nostro progetto è più ambizioso, vogliamo ricostruire una sinistra di classe e alternativa, lo vogliamo fare mettendo al primo posto l’autorganizzazione dei movimenti e un processo di riaggregazione che avrà necessariamente tempi lunghi. E’ chiaro che da oggi la costruzione dell’associazione Sinistra Critica è il nostro compito prioritario».
Tra le iniziative e scadenze indicate dall’assemblea la solidarietà a Emergency, l’accoglienza a Bush, la partecipazione convinta al Gay Pride del 9 giugno, contro l’inaccettabile ingerenza vaticana, il sosteno a tutte le lotte di difesa dell’ambiente e dei territori a cominciare dalla Val di Susa per arrivare anche alla manifestazione in Campania del 19 maggio promossa da Rifiuti Zero.
Infine, l’assemblea ha chiesto a viva voce e con molta determinazione a Franco Turigliatto di ritirare le sue dimissioni da senatore annunciate il 21 febbraio, dopo il voto contrario alla mozione D’Alema, gesto che non gli ha impedito di essere espulso dal Prc. «Sono state dimissioni consegnate a quel partito che le ha rifiutate, ha detto Gigi Malabarba,concludendo l’assemblea, ed è bene che siano ritirate perché la contraddizione Turigliatto nel Palazzo continui a vivere».
Le registrazioni audio e e video degli interventi e qualche foto dell’Assemblea
Sinistra critica lancia un «patto tra le opposizioni sociali»
di Checchino Antonini su Liberazione del 17 aprile 2007
Un migliaio di partecipanti, domenica a Roma, all’assemblea nazionale dell’associazione nata dalla minoranza di Rifondazione comunista. Niente scissione «ma se lo scenario è la rifondazione socialista vogliamo ricostruire una sinistra alternativa», dice Salvatore Cannavò.
Un patto tra "incompatibili" su un’agenda comune a partire dal no alla guerra, un forum dell’opposizione sociale: all’assemblea nazionale dell’associazione Sinistra critica - un migliaio di partecipanti domenica a Roma - non è andata in scena la replica del rito di scissione e autoproclamazione pronosticata da indiscrezioni giornalistiche. Alla vigilia, l’annunciata presenza del fondatore di Emergency, aveva fatto intravedere ai commentatori una sua discesa in campo a fianco dei soggetti più affezionati al "senza se e senza ma" che aveva contraddistinto il movimento pacifista all’indomani dell’11 settembre. E che ora si ritrovano all’opposizione di un governo «che era nato per combattere Berlusconi e in un anno ha disintegrato speranze, illusioni e attese», ha detto nell’introduzione Salvatore Cannavò, deputato Prc dell’ex area congressuale divenuta un soggetto aperto anche all’esterno del partito. «Una maggioranza - rincara la dose Giorgio Cremaschi, leader Fiom e della rete 28 aprile - che comunica paura e non coraggio quando ripete ossessivamente: "attenzione che torna Berlsuconi!"».
Arriva il partito di Strada, s’era scritto. Scontata la replica del nordestino Luca Casarini: «Un partito di strada è meglio di un partito di vertici». Lui pensa invece a un «patto di strada contro la guerra che ormai è un meccanismo globale del capitalismo, non c’è un "fuori", e chi pensa a meccanismi di riduzione del danno, in realtà, indebolisce il diritto di resistenza che si manifesta in mille modi».
«L’obiettivo se vuoi è ancora più ambizioso - spiega ancora Cannavò - se lo scenario è la "rifondazione socialista" vogliamo ricostruire una sinistra di classe e alternativa, vogliamo farlo mettendo al primo posto l’autorganizzazione dei movimenti e un processo di riaggregazione che avrà necessariamente tempi lunghi». Per ora continua a funzionare, tra i soggetti di movimento, la suggestione, circolata già al Global meeting veneziano, di un patto simile al mutuo soccorso siglato tra i valligiani No Tav, i vicentini No Dal Molin fino ai No Ponte: «Una rete di conflitti locali ma non localistici - specifica il vicentino Olol Jackson - che parlano di questioni generali (guerra, energia, trasporti ecc...) e rivelano un esodo verso altri luoghi della politica». Quel patto è come «un treno che corre da nord a sud e porta un po’ di speranza nelle fermate intermedie», dirà il giovane Marco Filippetti, del presidio No Turbogas di Aprilia (Roma). «Ora non ci sentiamo più isole», dirà Nicoletta Dosio, valsusina, rivendicando l’«incompatibilità» dei valligiani alla guerra, la «più grande "mala-opera"». E il modello che dovrebbe far funzionare il patto potrebbe essere preso in prestito dal forum sociale mondiale, suggerisce il portavoce Cobas Piero Bernocchi, mettendo in agenda, tra le cose da fare subito, il comitato di "accoglienza" a Bush che verrà in Italia a giugno.
L’agenda sarà abbastanza ricca al termine del ciclo di assemblee in solidaretà con Franco Turigliatto, senatore "allontanato" dal Prc per aver annunciato il no al rifinanziamento della missione afgana. Sinistra critica e i suoi compagni di strada saranno al Pride del 9 giugno contro le ingerenze vaticane, nelle strade di Roma a contestare Bush, torneranno a Vicenza e in Val Susa e scenderanno in Campania per la manifestazione Rifiuti Zero. Ma prima saranno in piazza con Emergency per chiedere la liberazione di Rahnatullah Hanefi, il mediatore nella liberazione di Mastrogiacomo, sequestrato dal governo Karzai. Una sorta di «galera amica afgana simile al fuoco amico che uccise Calipari», sintetizza Gigi Malabarba accusando il governo di partecipare alla criminalizzazione di Emergency.
Che poi Strada nemmeno c’era domenica. E’ entrato in silenzio stampa per evitare altre speculazioni. Al suo posto Vauro, attivissimo nell’«unica realtà occidentale disarmata presente in Afghanistan». E’ venuto a dire, applauditissimo, che la politica «degli effetti collaterali, delle guerre umanitarie, si sfila dal linguaggio dell’esperienza. Mentre l’esperienza di Emergency dimostra che la guerra evoca l’orrore, l’odore, le grida di corpi schiantati». Dopo una lunga serie di interventi di soggetti di varia natura (Action, No Vat, Sdl, Usi, l’europarlamentare Giulietto Chiesa, collettivi della Sapienza, il direttore di Radio Città Aperta, Sergio Cararo, Piero Maestri di Guerre & Pace, il genovese Aurelio Macciò, l’economista Bellofiore, Tommaso Di Francesco del manifesto , Leonardo Masella dell’area dell’Ernesto) Flavia D’Angeli, della direzione nazionale del Prc, chiederà a Turigliatto di ritirare le dimissioni, di continuare a rappresentare l’anomalia pacifista al Senato. «La battaglia interna continua e l’associazione serve a non madare a casa i compagni. Il problema è far vivere i movimenti nell’epoca del "governo amico" - dirà Turigliatto nelle conclusioni - vogliamo affermare che le vite di milioni di persone vengono prima dei profitti. Per questo non possiamo che essere anticapitalisti».