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A sinistra si ode un Big Bang

di Marco Damilano

venerdì 23 marzo 2007

da L’espresso n.12, anno LII del 29 marzo 2007

La minoranza Ds di Mussi. Un bel pezzo dei vertici Cgil. Intellettuali. Per dar vita con Rifondazione a un nuovo partito. Modello America Latina

Il nuovo partito ancora non c’è e figuriamoci se si pensa già a chi farà il segretario, ma "Liberazione" non ha dubbi su chi sarà il prossimo leader di riferimento: non più Fausto Bertinotti, non certo il segretario Franco Giordano, meglio, molto meglio il ministro dell’Università Fabio Mussi, accasato nella Quercia, ma non ancora per molto. Domenica 18 marzo il quotidiano di Rifondazione comunista ha dedicato la copertina dell’inserto al capo della minoranza Ds, identico all’ispettore di Agatha Christie Hercule Poirot nell’interpretazione cinematografica di Sidney Lumet. Titolo da poema cavalleresco: "La vita e le gesta-del compagno Mussi". Martedì 20, reportage in prima pagina dal congresso della sezione romana dell’Esquilino, firmato da Stefano Bocconetti, ex Ds, ex "Unità", come il direttore Piero Sansonetti: «Il partito che non ti aspetti. Il congresso che non ti aspetti. Finisce che vince Mussi. Con un buon margine». Per la cronaca: 69 voti per il ministro, candidato della seconda mozione e fiero avversario dello scioglimento della Quercia nel Partito democratico, 56 per la mozione del segretario Piero Fassino, sette per Gavino Angius. Sonoramente sconfitto l’iscritto più in vista, il senatore Goffredo Bettini, padre-padrone dei Ds romani, nuovo punto di riferimento dei poteri della capitale (il "Messaggero" di Caltagirone, per dire, la scorsa settimana gli ha dedicato in un solo giorno tre articoli), assente al momento del voto. Non ha votato neppure un altro tesserato illustre, il segretario della Cgil Guglielmo Epifani: ma la sua assenza sembra anticipare quale sarà l’atteggiamento del sindacato rosso nei confronti del futuro Pd. Indifferenza più che autonomia: vertici e militanti guardano altrove, Epifani e la Cgil non aderiranno al Pd, resteranno senza partito di riferimento, una separazione mai vista prima, neppure all’inizio degli anni Novanta quando il Pci si trasformò in Pds.

Innamoramenti, annusamenti tra Rifondazione e minoranza Ds che sembrano già anticipare il futuro. L’apertura di un cantiere, come piace chiamarlo agli intellettuali radica!. Un’operazione che nei piani è destinata a portare entro le elezioni europee del 2009 alla nascita di un nuovo partito. Su modello di quello tedesco, fondato dall’ex socialdemocratico Oskar Lafontaine con gli ex comunisti della Germania dell’Est, che si chiama Die Linke, ovvero la Sinistra, semplicemente. Nuovo partito, nuovo nome (Partito della Sinistra) e nuova leadership: il Lafontaine italiano assomiglia più a Mussi che a Bertinotti.

Per il 29 marzo, nella sala dell’Authority in piazza Montecitorio, il compagno ministro ha convocato lo stato maggiore della sinistra ds per decidere le prossime mosse: partecipare o no al congresso di Firenze previsto dal 19 al 21 aprile, accelerare sulla strada della scissione o attendere lo svolgimento delle elezioni amministrative di fine maggio e abbandonare la Quercia in estate. La parola scissione è accantonata, per ora. Lo stesso giorno Rifondazione riunisce la sua conferenza organizzativa a Carrara, un appuntamento che sembrava di routine e invece si è trasformato in qualcosa di simile a un congresso. Momento centrale, una tavola rotonda sul futuro della sinistra italiana. Escluso eccellente il segretario del Pdci Oliviero Diliberto. Invitato d’onore, manco a dirlo, ancora lui, il compagno Mussi. Due giorni decisivi per capire in che direzione intendono muoversi le due forze della sinistra, quella bertinottiana già consolidata nei numeri ma attraversata dalla malattia più tipica della gauche, la crisi di identità, "chi-siamo-dove-andiamo", e quella mussiana che ancora non si è messa in proprio e già rischia di terremotare il fragile equilibrio su cui si regge il centro-sinistra di governo.

In vista della conferenza organizzativa Rifondazione ha dato vita a quella che una volta si sarebbe chiamata vasta consultazione della base: nella sede nazionale di via del Policlinico stanno affluendo i questionari con l’identikit dell’iscritto, diviso per età, genere, professione, aspirazioni e richieste. Per presentare l’iniziativa gli organizzatori hanno scomodato Mao e Lenin: «Nelle masse ci sono le idee giuste, ma sono sparpagliate, sta al partito mettere ordine». Ma i mezzi sono tutt’altro che vetero: siti Internet e focus group di dieci persone animati da un facilitatore per la discussione. Come si fa nelle grandi aziende quando si lancia un prodotto.

Il prodotto da lanciare è nel nome della rivista che partirà a maggio, ambiziosa fin dalla testata: «Alternative per il socialismo". Primo numero sull’Europa. Con un direttore d’eccezione, il presidente della Camera, il compagno Bertinotti. Quando se ne cominciò a parlare, prima di Natale, sembrava una semplice nostalgia dell’inquilino numero uno di Montecitorio, un bimensile dove ritrovarsi con gli intellettuali più ascoltati, Rina Gagliardi, Aldo Garzia, Domenico Jervolino e con gli amici di sempre, come il sottosegretario Alfonso Gianni. Ora è qualcosa di più: un progetto politico. Complice l’ultimo, interminabile viaggio di Bertinotti in America Latina, in Cile, Argentina, Uruguaye nel Brasile di Lula, naturalmente. Una trasferta che ha confermato il chiodo fisso di Bertinotti: rifondare in Italia non tanto il comunismo, quanto una forza socialista. In senso sudamericano, però, non europeo. In Europa il socialismo è ormai totalmente inserito nel sistema, nel resto del mondo, spiegano le teste d’uovo bertinottiane, è il simbolo dell’alternativa al capitalismo. Un cartello composito, variopinto, dove si ritrovano sindacalisti rivoluzionari, movimenti pacifisti, preti progressisri, contadini sem terra, militanti no global.

La piccola truppa di Mussi, certo, è meno movimentista. E la sua organizzazione sul territorio molto fragile, affidata alla testardaggine del coordinatore Gianni Zagato che vive attaccato al telefono da un ufficio della Camera ad aggiornare i dati delle sezioni. Quelli dell’ultimo fine settimana lo hanno fatto gioire: a Torino città la mozione Mussi ha conquistato il 18 per cento, la Angius il 13, Fassino è sceso sotto il 70. A Roma va ancora meglio: Fassino al 61 per cento, Mussi al 25, Angius al 13. Clamoroso il risultato di Ascoli, dove la sinistra ds poteva contare sulla carta su un terzo degli iscritti e invece ha ottenuto il doppio dei delegati di Fassino. Ma la banda Mussi conta molto più dei suoi numeri: 26 deputati e dieci senatori, gruppi autonomi alla Camera e al Senato. In più, porta la dote preziosa di rapporti solidi con mondi lontani da Rifondazione: intellettuali come il sociologo Luciano Gallino, per esempio, che sabato 24 marzo discuterà di lavoro con Mussi. E soprattutto un bel pezzo del gruppo dirigente della Cgil: nella minoranza ds militano i big della segreteria (Morena Piccinini, Fulvio Fammoni, Carla Cantone, Betty Leone) e soprattutto il cervello politico del sindacato, l’emiliano Paolo Nerozzi. Alcuni di loro già nel 2006 avevano tentato un approccio con Rifondazione, ma alla fine non si era fatto niente. Troppo radicata la diffidenza reciproca tra l’ex sindacalista Bertinotti e i suoi antichi compagni della Cgil.

Ora, con la probabile scissione dei Ds, l’operazione si può ritentare su basi diverse. Non più l’ingresso di alcuni esponenti ds in Rifondazione che contrattano il seggio, modello Pietro Folena, ma un nuovo soggetto dove i fuoriusciti della Quercia sono destinati a contare tanto, tantissimo. Fino a poter aspirare alla segreteria, con Mussi in pole position. Specie se ai mussiani finissero per aggiungersi anche i seguaci di Angius, la novità del congresso della Quercia: ringalluzziti da un risultato insperato negli ultimi giorni anche loro sembrano decisi ad abbandonare i Ds, ma si dicono interessati piuttosto a rifare il partito socialista con lo Sdi di Enrico Boselli. «il problema è che al big bang della sinistra gli spezzoni arrivano all’insegna dell’improvvisazione», conclude sconsolato un osservatore attento come il giornalista Aldo Garzia. E già: neo-socialisti, neo-comunisti, la partita delle divisioni e degli ritorni non finisce mai. E anche il prossimo aprile, di congressi, scissioni e psicodrammi politici, si annuncia per la sinistra come il più crudele dei mesi.


Il Migliore? Turigliatto

I campanelli d’allarme per la leadership di Rifondazione non si contano più. Domenica 18 marzo la federazione di Torino vota su una mozione che disapprova l’espulsione dal partito del senatore dissidente Franco Turigliatto, decisa dai vertici dopo la caduta del governo Prodi. L’assemblea si spacca, 85 favorevoli, 80 contrari, 30 astenuti: un risultato che va ben oltre il consenso della corrente di minoranza Sinistra critica cui appartiene Turigliatto che sulla carta conta solo sul 14 per cento. Lo stesso giorno a Viterbo la federazione approva un documento che contesta l’allontanamento del dissidente dal partito: «L’espulsione del compagno è un grave errore politico, un tentativo illusorio di eliminare con un atto d’autorità uno dei termini della contraddizione guerra-pace». Nessuna spaccatura, in questo caso: mozione approvata all’unanimità, tutte le anime del Prc sono d’accordo. Contro la decisione del quartier generale. Segnali di dissenso interno che arrivano subito dopo la manifestazione contro la presenza italiana in Afghanistan a Roma, con contestazioni al presidente della Camera Bertinotti e due parlamentari eletti nelle liste di Rifondazione in prima fila, il senatore Turigliatto e il deputato Salvatore Cannavò.

Mentre il gruppo dirigente di Rifondazione discute del "cantiere" da aprire con Fabio Mussi dopo il congresso dei Ds, la minoranza interna annuncia battaglia alla conferenza organizzativa di Carrara di fine mese. Primo passo verso una meta più ambiziosa: la nascita di un partito antagonista, alternativo, a sinistra di Rifondazione. La manifestazione di Roma sull’Afghanistan è stata la prima uscita pubblica di questo nuovo partiti no ancora in fase embrionale, ma sono già in pista i leader, le parole d’ordine, i mondi di riferimento. La corrente trotskista di Rifondazione, quella di Turigliatto e di Cannavò, capeggiata dal genovese Marco Ferrando. E gli intellettuali e i sindacalisti che si sono dati appuntamento a Torino in un’affollata assemblea due settimane fa. C’era lo storico Marco Revelli, che sulle colonne di "Liberazione" ha già intrecciato un duello epistolare con la senatrice Rina Gagliardi, teorica dell’ala filo-governativa e bertinottiana di. Rifondazione. C’erano il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi e uno storico dirigente del Pci torinese, Gianni Alasia. E, naturalmente, il solito Turigliatto. Per tutta la sera sono volati attacchi contro «i metodi stalinisti che esigono tutte le capitolazioni socialdemocratiche», le «scene di caccia degli epuratori», «il regolamento dei conti retrodatato». Alla fine Turigliatto ha tirato le somme: «La politica non può essere quella che sabato sfila in corteo e mercoledì vota come se nulla fosse». Allusione diretta al comportamento dei capi di Rifondazione sulla base di Vicenza.

L’assemblea di Torino è solo la prima di una lunga serie: Brescia, Milano, l’Aquila, Bologna. Un lungo tour per scatenare gli umori anti-bertinottiani. «La scommessa di Bertinotti è fallita», dice Cannavò. «Siamo andati al governo e non è cambiato nulla, c’è nel partito un disagio che va molto al di là del peso numerico delle minoranze». Un disagio che presto potrebbe trasformarsi in un nuovo partito? Cannavò non lo esclude: «Dipende da cosa succede intorno a noi. Il Partito democratico sarà un partito di centro, nulla più a che vedere con la sinistra. Bertinotti e Mussi uniti colmano lo spazio della sinistra di governo. C’è lo spazio per una sinistra radicale, alternativa». L’appuntamento, per tutti, è il 2009: le elezioni europee dove si vota con la proporzionale. E dove basta 1’1. per cento per contare qualcosa.

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